Per la collana “Non siamo i soli a pubblicare opere belle”, il maestro Fiunda recensisce
“Il Sangue degli Altri”, di A. Pagliaro

Un documento, una straordinaria testimonianza: il grande maître à penser Rossano Fiunda esce dagli angusti steccati della produzione autoriale, e si cimenta con l’opera di un suo collega, il giovine scrittore palermitano Antonio Pagliaro. È un altissimo riconoscimento per il sig. Pagliaro bello (al quale va però una piccola tiratina d'orecchie: sappiamo bene, qui alla Stacchia, che la pubblicazione del suo libro è stata propiziata dalla parentela con il più famoso Ugo), e l’ennesima dimostrazione della creatività di quell’autentico uomo del Rinascimento che è Rossano Fiunda: il quale, come vedrete, non si è accontentato di una semplice recensione, ma ha voluto reinventare un linguaggio, con assoluta originalità e libertà di pensiero, al di fuori e al di là dei soliti, e ormai abusati, stili e stilemi espressivi (nella foto, il Cavaliere ed il Maestro discutono sull’opera del sig. Pagliaro).
La recensione: Antonio Pagliaro torna in libreria, nel silenzio assordante della critica, con “Il Sangue degli Altri”, autentico capolavoro della letteratura italiana del III millennio. L’attesissima opera è un romanzo che supera gli steccati dei generi letterari per affrontare una storia amara a tutto tondo. È un’opera dal respiro ampio che devasta l’animo del lettore fin dalle prime righe. La manda in libreria l’editore Sironi. Ne “Il Sangue degli Altri”, l’autore fa esplodere il linguaggio e rende tante voci con una perfezione inaudita, con una capacità di stratificazione e armonia inarrivate e inarrivabili. Non ci sono freddi esercizi di stile. Piuttosto, ciò che è sapiente è l’organizzazione metronomica delle vicende, la descrizione delle psicologie, la tragica plausibilità dell’intero racconto. “Il Sangue degli Altri” di Antonio Pagliaro è un noir potente affresco della società contemporanea, un libro che per la potenza della narrazione apre gli occhi sul vissuto. La narrazione densa e rovente sembra sgorgare dal profondo come il magma patetico, ma ha lo scatto e la definizione di una frustata. Certamente il più bel romanzo dell’anno, quello di “Il Sangue degli Altri”. Un libro che modifica chi legge, che consente di capire qualcosa in più sul mondo e sulle cose. Un oggetto narrativo con cui l’autore dimostra non solo di saper cavalcare una storia selvaggia, ma anche di saper domare parole selvagge. È entrato nella gabbia delle belve, armato di seggiola e frustino, e il risultato è un capolavoro. Per la scrittura pulita, densa, priva di sbavature e per la forza dei temi, Antonio Pagliaro è oggi senz’altro lo Stephen King italiano, anche se c’è chi sostiene si possa parlare più della reincarnazione di Shakespeare. Senza paura di esagerare, si può paragonare la scrittura di Antonio Pagliaro a quella di Dante, Dio (l’autore della Bibbia) e Moccia. Questa opera segna la letteratura del III millennio e rimarrà nella storia di questo paese, un romanzo con un magico equilibrio cerebrale in cui il solito quotidiano diventa mitologia senza tempo di una storia in cui identificazione e compassione nascono con la prima pagina e non muoiono con l’ultima.
La critica: “Per l’uso di Cabaret Bisanzio Review Generator sono 15 Euri, grazie”. (L’amministrazione di Cabaret Bisanzio, già lit-blog, oggi casa dell’amore e della simpatia)
